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GIOVANNI BATTISTA CASTI: la vita

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Ritratto di Giovanni Battista Casti, disegno di Francesco Rosaspina, incisione di P. Zanconi, nelle" Novelle", tomo I,  di Giambattista Casti, Parigi, Tipografia italiana, Anno IX Repubblicano
 (23 settembre 1800 - 22 settembre 1801), mm 91x74 (Acquapendente, Biblioteca Comunale).
 
Giovanni Battista Casti nacque ad Acquapendente il 29 agosto 1724 da Francesco Casti e Francesca Pegna, abitanti nei pressi di Sant' Angelo de Mercato, chiesa ora scomparsa che si trovava a lato del vecchio Palazzo del Comune. Di famiglia abbastanza agiata, la quale annoverava molti religiosi, venne battezzato da un membro stesso della famiglia, un certo "Carolus canonicus", un certo Carlo, Canonico della Basilica del Santo Sepolcro di Acquapendente. Giovanni Battista Casti, così come ci risulta dal suo Epistolario, aveva tre fratelli, Francesco, Filippo e Giuseppe Antonio, canonico di Montefiascone. Diventato professore di Retorica all'età di soli sedici anni, Giovanni Battista Casti si recava spesso a Roma per appagare la sua curiosità intellettuale ma l'ambiente frivolo e la vita mondana della città finirono per affascinarlo, così decise di trasferirvisi definitivamente. Entrato a far parte dell'Accademia degli Arcadi, fondata da Cristina di Svezia nel 1660, adottò il nome di Niceste Abideno, dal momento che tutti gli arcadi usavano uno pseudonimo. In questo periodo Casti compone una raccolta di 216 sonetti dal titolo Tre giulii in cui si narrano le avventure di un creditore che deve riscuotere, per l'appunto, questa somma di denaro. Molto probabilmente il creditore era lo stesso Casti, il quale sebbene fosse conosciuto nei salotti mondani della capitale, non possedeva ancora molto denaro. Questa serie di sonetti venne dedicata alla principessa Mahoni Giustiniani, che forse provvide a saldare il debito del Casti. Innamoratosi della bellissima Marchesa Lepri, Casti decise di accompagnarla a Parigi, intorno al 1760, per poi ritornarsene solo e sconsolato a Roma; a lei sono dedicati i versi di A Filli, inclusa nelle Poesie liriche, che ricordano nei toni accorati e struggenti, seppur aspri, i componimenti di Catullo rivolti a Lesbia: "Quanta o ingannevole Donna maligna, in te perfidia cova ed alligna", "Il ciel mi fulmini, il suol m'ingoi, s'io torni, o Fillide, ne' lacci tuoi". La fortuna cortigianesca di Casti comincia molto tardi quando egli ha 44 anni, ossia nel 1768, in occasione delle feste per Maria Carolina, arciduchessa d'Austria, una delle figlie di Maria Teresa d'Austria, di passaggio a Firenze e diretta a Napoli, dove l'aspettava Ferdinando IV, suo promesso sposo. Il conte di Rosemberg, diede in onore dell'arciduchessa, una favolosa festa nella sua villa della Pietraia, ricca di affreschi e giardini, costruita da Buontalenti per Francesco de' Medici. La composizione poetica di Casti, una cantata pastorale, composta per l'occasione, imperniata sui giochi amorosi di ninfe e satiri intorno ai tradizionali Tirsi e Clori, suscitò l'approvazione della società aristocratica e gli valse il titolo di poeta di Corte, alle dipendenze di Pietro Leopoldo I di Toscana. L'anno dopo il Rosemberg volle presentare Casti a Giuseppe II che passava per Firenze di ritorno da Napoli, dove era stato in visita della sorella. Lo spirito sagace e pungente del Casti piacque a Giuseppe II che lo volle alle sue dipendenze alla corte di Vienna. Inviato al seguito del figlio del Ministro Kaunitz, comincia a viaggiare l'Europa. Nel 1778 era a Pietroburgo alla corte di Caterina II. Le novelle erano allora alla prima fase, essendo compiute solo le prime diciotto, mentre il Poema Tartaro era appena abbozzato. Tornato a Vienna, subito dopo la morte di Metastasio avvenuta nel 1782, Giovanni Battista Casti concorse per la carica di Poeta Cesareo: suo rivale era Lorenzo da Ponte, librettista per le opere di Mozart, quali Le nozze di Figaro, Don Giovanni e Così fan tutte. Alla corte di Vienna, erano presenti anche musicisti come Salieri e Paisiello, impegnati a comporre note per i libretti d'opera di Casti e Da Ponte. Il Ricco di un giorno di Lorenzo Da Ponte fu un fiasco mentre il Re Teodoro in Venezia di Giovanni Battista Casti, con musiche di Paisiello, fu un trionfo, ma la carica di poeta Cesareo gli sarà concessa solo alcuni anni dopo da Francesco I. Intanto il Poema Tartaro, dopo un lungo periodo di revisione, venne apprezzato da Giuseppe II, il quale, pur accettando la satira politica nei suoi confronti, non voleva compromettere i rapporti diplomatici con Caterina di Russia, oggetto di una salace irrisione nell'opera del Casti. La prima edizione del Poema Tartaro risale al 1796, anche se erano già note le copie manoscritte. D'altra parte il temperamento irruente e irrequieto di Casti erano noti nell'ambiente letterario dell'epoca, tanto da suscitare il giudizio negativo del Parini sul poeta aquesiano nel sonetto Contro G. B. Casti: "un prete vecchio, brutto e puzzolente, dal mal franzese tutto quanto guasto, e che per bizzarria dell'accidente dal nome del casato è detto casto; che scrive […] un poema sporco e impertinente contro la donna dell'impero vasto". Casti venne dunque congedato da Giuseppe II con la somma di 300 ungheri e ciò segnò una battuta d'arresto nella sua corsa alla carica di Poeta Cesareo. Di ritorno da Costantinopoli, dove compose la sua unica opera in prosa, La relazione di un viaggio a Costantinopoli, venne richiamato a Vienna. Forse quel viaggio, che aveva intrapreso al seguito di Bailo Foscarini, partendo da Venezia, nascondeva, in realtà, una missione confidenziale e non un congedo. Giuseppe II commise a Casti una nuova opera, per la venuta a Vienna del Granduca di Russia. La musica era già stata composta da Salieri, mancava il testo. Per questo motivo Casti diede all'opera il titolo Prima la musica, poi le parole, una parodia in cui irrideva il suo ruolo di cortigiano. La guerra russo - austriaca contro i Turchi, e gli intrighi politici, lo spinsero a comporre i quattro apologhi in sesta rima: L'asino, Le pecore, La lega dei forti, (in cui si allude alla divisione della Polonia), La gatta e il topo, in cui si fa riferimento a Caterina II e a Giuseppe II. Nel 1790 morì Giuseppe II e gli successe Leopoldo II che aveva intenzione di nominare Casti Poeta Cesareo, ma ancora una volta l'ambito titolo non gli venne concesso a causa della morte prematura dell'Imperatore. Finalmente grazie a Francesco I, nel 1793, fu eletto Poeta Cesareo, a discapito di Lorenzo da Ponte, con uno stipendio annuo di duemila fiorini, carica che ricoprì fino al 1796, anno in cui si trasferì a Parigi, dopo un soggiorno di circa un anno in Toscana. Rosemberg, suo carissimo amico alla corte di Vienna, era morto, e Casti, sebbene al culmine della sua carriera, era guardato con un certo sospetto a causa dei suoi atteggiamenti spesso irriverenti nei confronti delle case regnanti, oggetto di pungente satira politica, tanto che la polizia austriaca, durante il viaggio che doveva condurlo a Parigi, alla frontiera di Graz, gli sequestrò molti manoscritti per evitare episodi incresciosi come era avvenuto per Caterina II, irrisa ferocemente nel Poema Tartaro. L'episodio si concluse a favore di Casti con la restituzione, in secondo tempo, delle carte manoscritte, ma è indicativo del clima di diffidenza che si era creato intorno a Casti. Casti, da "spirito illuminato", avversava ogni forma di autoritarismo, in particolare l'assolutismo monarchico e il dogmatismo clericale, e molto probabilmente pensava che Caterina II, pur attuando, delle riforme politiche attraverso le quali abolì i privilegi nobiliari e i poteri locali dell'aristocrazia feudale, concentrasse, di fatto, il potere nelle sue mani. Anche gli altri sovrani, come Federico II di Prussia, Pietro il Grande, Francesco II d'Austria, e perfino un pontefice, Papa Pio VI, sono accusati di corruzione, intenti come sono a tessere alleanze per mantenere le loro posizioni di potere a danno delle classi più deboli e seppure, nel Poema Tartaro, siano rappresentati con nomi fittizi, sono facilmente riconoscibili. Anche negli Animali parlanti Casti non mancherà di attaccare, con pungente ironia, la falsa demagogia della Francia rivoluzionaria e consolare, suscitando l'ira di Napoleone che accuserà il Casti di essere un "democrate". Egli replicò sarcasticamente che la democrazia è il punto di partenza dei "grandi uomini", accusandolo implicitamente di pensare al trono imperiale, quando era ancora un console. Il Casti era, dunque, ormai diventato un personaggio scomodo. Ultimo mecenate del Casti fu Don Nicolao de Azara, ambasciatore spagnolo a Parigi, senza il quale il poeta si sarebbe trovato in guai seri, essendosi ridotto in un grave stato di miseria. Una sera, ritornando da una cena in cui era stato suo ospite, non essendosi coperto adeguatamente, fu vittima di una colica che lo uccise tra il 6 e il 7 febbraio 1803. Venne sepolto al Père Lachaise a Parigi. Le sue ultime parole pare siano state: "Questa volta la carogna se ne va". Scompare così dalla scena uno dei personaggi più discussi della seconda metà del Settecento. La maggior parte dei giudizi che vennero su di lui espressi non furono affatto benevoli e anche la fama di personaggio irriverente e immorale che aleggiò sul Casti possono essere compresi solo come espressione di un diffuso spirito moraleggiante di fine Settecento. Al di là di certe intemperanze e sregolatezze, Casti era un uomo di vasta cultura che amava deridere i potenti con la sua ironica e pungente satira politica che spesso, pur essendo acuta nei giudizi, assumeva, tuttavia, toni aspri e insolenti. Tanto per ricordare alcuni giudizi su di lui espressi, oltre a quello già citato del Parini, il Tommaseo, a proposito della carriera letteraria del Casti, disse che era frutto di una corruzione fangosa e vile, Da Ponte attribuì al tono di pungente sarcasmo de Le novelle la mancata attribuzione della carica di Poeta Casareo da parte di Giuseppe II, Casanova, impenitente libertino, nelle sue memorie, si sdegna pensando che sia proprio Casti "audace ignorante" a succedere al Metastasio nella carica di Poeta Cesareo alla corte di Vienna. Goethe, seppure, constatando che i toni erano audaci, ritiene invece che la novella sull'Arcivescovo di Praga, "era straordinariamente bella" ed esprime il suo giudizio favorevole anche su Re Teodoro in Venezia apprezzato anche da Foscolo e Stendhal, mentre Carducci, che amava la satira politica de Il giorno del Parini, per la compostezza formale, opporrà un netto rifiuto alla produzione letteraria del poeta aquesiano. Malgrado le polemiche di cui fu oggetto, Giovanni Battista Casti fu uno dei personaggi che raggiunse l'apice della gloria letteraria, come attesta un Parnaso di ritratti del 1834, pubblicato nell'opera Giovanni Battista Casti, poeta aquesiano, di Giorgio Lise: Casti vi è raffigurato a fianco di alcuni personaggi illustri, a lui contemporanei: Manzoni, Parini, Monti (di cui fu amico assieme a Ippolito Pindemonte), Pellico, Leopardi, Carrer, Grossi, e Mamiani.


 Giovanni Battista Casti e Lorenzo Da Ponte
 Quando Casti giunse a Vienna, il Da Ponte lo annuncia definendolo "poeta del più alto grido in Europa famoso singolarmente per le sue Novelle galanti tanto pregiabili per la poesia quanto scandalose ed empie per la morale". Da Ponte ci informa inoltre sulle mire di Casti alla carica di Poeta Cesareo, rimasta vacante a causa della morte di Metastasio, dopo essere stata di Silvio Stampiglia e di Apostolo Zeno. Il poeta aquesiano, con il suo Re Teodoro in Venezia privò dell'attenzione del pubblico e della Corte imperiale il Da Ponte che stava preparando Il ricco di un giorno. Scrive Da Ponte "S'immagini l'aspettazione de' cantanti, del conte di Rosemberg (che soprintendeva ai teatri) de' non casti amici di Casti, di tutta infine la città, dove suonava sì altamente il suo castissimo nome". Malgrado la evidente ironia, Da Ponte espresse un giudizio positivo, seppure con qualche riserva, su Re Teodoro in Venezia, che aveva potuto leggere in anteprima in qualità di addetto al teatro dove sarebbe stato rappresentato: "non vi mancava purità di lingua, non vaghezza di stile, non grazia e armonia di verso, non sali, non eleganza, non brio; le arie erano bellissime, i pezzi concertati deliziosi, i finali molto poetici" ma allo stesso tempo faceva notare che "il dramma non era né caldo, né interessante, né comico, né teatrale" . Il successo del Re Teodoro in Venezia fu clamoroso, a dimostrazione, come ebbe a dire lo stesso Da Ponte, che "Casti era più infallibile a Vienna che il Papa a Roma". Il Ricco di un giorno di Da Ponte fu un fiasco ma Casti, pur covando in sé un senso di rivalsa nei confronti del rivale, lodò l'opera, ma anche lui, così come aveva fatto a suo tempo Da Ponte nei suoi confronti, espresse qualche perplessità. Stesso discorso per Il burbero di buon cuore a proposito del quale Casti disse che non era un soggetto adatto per un'opera buffa, al che l'imperatore, venuto a conoscenza del giudizio del poeta aquesiano, del quale aveva una grande stima, interpellò Da Ponte, al quale riferì i dubbi di Casti sulle capacità di far ridere con quel testo. Al che Da Ponte, giocando con le parole, rispose: "Ci vorrà pazienza. Meglio per me se lo farà piangere". L'opera andò bene e questa volta fu Da Ponte ad avere la sua rivincita personale contro Casti. Nonostante tutto Da Ponte dichiara di aver sempre ammirato la poesia di Casti e di essere stato con lui generoso, e a tal fine, ci racconta un episodio a proposito de La grotta di Trofonio, in cui Casti avrebbe commesso un errore nel verso "Plato nel suo Fedon, nel suo Timone". Da Ponte, che per i motivi già detti, leggeva in anteprima le opere che dovevano essere rappresentate, corresse Timone con Timeo e lo fece presente al Casti, il quale, dopo aver controllato sul suo dizionario, prese atto dell'errore che aveva commesso e, confuso e al tempo stesso riconoscente verso l'avversario che gli aveva evitato una brutta figura, lo ricambiò donandogli proprio il suo dizionario. Questi episodi sono indicativi del clima di grande competizione che si era creato alla corte di Vienna ma anche di reciproca ammirazione e stima che si era instaurata tra Da Ponte e Casti, sebbene non perdessero occasione di punzecchiarsi a vicenda. Col tempo poi i rapporti tra Casti e Da Ponte migliorarono sensibilmente e si comportarono amichevolmente, forse perché Da Ponte, ormai fuori corsa per la carica di Poeta Cesareo, che andò a Giambattista Casti nel 1793, decise di lasciare Vienna. Da Ponte, nato a Ceneda nel 1747, morirà a New York nel 1838.


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